CICATRICI “Cicatrici, tutti noi ne abbiamo almeno una e non ha importanza la sua origine, fa sempre male ed è un luogo nel quale ci nascondiamo, celando una bellezza incredibile che difficilmente facciamo parlare ma, quando parla, racconta una storia nostra che si mette a contatto con gli altri”. Queste sono le parole di Martina, una dei tanti volontari del progetto “B.Live Essere, Credere, Vivere”, sviluppato da Fondazione Near Onlus, colmo di attività e laboratori dedicati a giovani affetti da gravi patologie croniche, provenienti da diversi istituti ospedalieri del territorio, per aiutarli ad avere il coraggio di continuare a vivere sperando e costruendo un futuro migliore.

Il simbolo che rappresenta questi giovani e volontari è il bullone, scelto per portare nel mondo il loro messaggio di forza, coesione e coraggio. Simbolo che è anche diventato il nome del loro giornale creato in collaborazione del Corriere della Sera.

E dopo i laboratori, le attività, il giornale, è arrivato il momento di far parlare i propri inciampi della vita, le proprie indecisioni, incubi e paure. Ed è così che nasce “Cicatrici”, una mostra – che la classe 3AL ha visitato nei giorni scorsi presso la Triennale di Milano - che è un mondo diverso, abitato da persone che conoscono la luce presente negli occhi di coloro che sono capaci di vedere oltre, nonostante quel “terrore che trafigge la testa e svuota la mente. Che blocca il respiro, attanaglia lo stomaco. Terrore che squarcia e lascia correre via la speranza. Ansia di soffrire, paura di scomparire”; e abitato da chi affronta in prima persona la malattia o l’ha sconfitta. Una vera e propria mostra d’arte che nasconde un messaggio da far vedere e far capire: bisogna sempre essere se stessi e non mostrarsi mai dietro una maschera, perché la paura e la vergogna non devono vincere su nulla. Ed è per questo che B.Live è composto da persone capaci di raccontarsi per ciò che sono e non per ciò che non dovrebbero essere.

Per creare questa mostra B.Live ha deciso di collaborare con +Lab, l’innovativo laboratorio di stampa 3D del Politecnico di Milano.

Il motto per questa nuova avventura è “se puoi sognarlo, puoi stamparlo”, e consiste nella raffigurazione della propria cicatrice,utilizzando due icone universali della bellezza, la Venere di Milo e il David di Michelangelo. Vengono così creati 41 disegni dove ognuno racconta la sua storia mediante forme, simboli, raffigurazioni, colori e trasformazioni.

Seguono poi due discussioni, la prima con una designer per capire come rendere il proprio progetto una statua 3D e l’altra in un cerchio condiviso dove raccontare la storia della cicatrice per renderla di tutti.

Infine è finalmente arrivato il momento della stampa delle opere, che sono così diventate simbolo della lotta e della realtà di coloro che hanno saputo non mollare mai e affrontare la “frenesia quotidiana, le ansie e i dolori che sono le sbarre che ingabbiano l’uomo moderno. Sono ferite che toccano tutti. Sono le cicatrici di ognuno. Sono la gabbia della mente e il veleno del cuore”. E che hanno trovato questa soluzione: “liberare i pensieri, allontanare le fatiche, aprirsi alle emozioni. Solo così il cuore si gonfia e la mente si alleggerisce”.

 

“…sensazione di vuoto incolmabile…”, “…ci sono sempre però cicatrici più profonde che vengono create dalle parole e dalle persone…”, “…è necessario togliere l’armatura che indossiamo nella quotidianità…”, “…possono accadere avvenimenti che ci distruggono emotivamente come nessun tumore farebbe mai…”, “…era la prima volta che il mio avere una mascherina veniva accettato…”, “…un corpo senza vita, un tutt’uno con il suolo, concimarlo…col tempo…è apparso il germoglio di un nuovo inizio…”, “…eterna lotta tra cappelli e capelli…”.

 

Ed è proprio questo che la mostra racconta: la forza di volontà nel guardarsi dentro e il coraggio di ammettere i propri “buchi”, perché tramite le parole di coloro che hanno aderito a questa esperienza si trasmette la vera forza fatta di fragilità.

Si riscontra un’esperienza interiore comune, che viene rappresentata da ognuno in un modo diverso e soggettivo attraverso spazi vuoti, gabbie, scudi e spade, ma anche fiori, colori, cuori, rinascite e abbracci, perché è proprio tirando fuori i ricordi più brutti che si rivivono anche i momenti migliori della vita.

L’obiettivo di queste piccole, ma grandi, statuette è quello di lasciare ai visitatori uno spunto di riflessione; perché la loro potrebbe essere anche la nostra storia e guardandoci allo specchio dobbiamo avere la forza di reagire perché: “le anime più fortisono quelle temperate dalla sofferenza. I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici” (Kahlil Gibran).

- Clarissa Iellici e Ludovica Stoppa (3AL)